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Nome: Daniele Bausi
Nome: Daniele
Sono nato a Firenze il 9 maggio del 1965 e sono il responsabile di un negozio di calzature nel centro della mia città .
I miei interessi sono la fotografia, il cinema, il teatro (farlo e vederlo) cantare, viaggiare, conoscere gente nuova e nuove amicizie. E il volontariato. Svolgo il mio servizio presso l'ospedale pediatrico Meyer e con il gruppo giovani dell' associazione, realizziamo progetti ed eventi.
Ho due figli adottati a distanza; uno in Nepal che si chiama Roshan e uno in Africa che si chiama Moyo. Altri due, Marcel e Gabriel, sono sostenuti con l'associazione Prometeo di Massimiliano Frassi nell'ospedale di Budimex in Romania.
Adoro la musica tutta e il mio cantante preferito è Renato Zero.
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“Già da un po’ di tempo, anzi direi molto, che ci penso e non sempre sono riuscito a darmi una risposta che soddisfacesse del tutto la mia domanda.
Perché gli uomini hanno paura di tutto ciò che è diverso?
Quella più scontata è perché non conoscono la diversità in questione, allora perché non chiedere o informarsi?
Non intendo la diversità reclusa solo all’omosessualità, ma ad un ampio spettro di diversità.
Io ad esempio, negli ultimi tempi, mi sono avvicinato ad un altro tipo di diversità: la disabilità.”
http://icarus2000.splinder.com/post/10312667/LA+PAURA+DELLE+DIVERSITA%27
Con questo inizio cominciava un po' di tempo fa un articolo che ho scritto sulle diversità. Oggi mi rendo conto che nulla è cambiato e a noi della tribù dei “normali”ancora tutto questo ci spaventa.
Mi sono tornati in mente certi episodi che sono raccontati proprio in questo mio pezzo proprio perchè in questi giorni è salito alla ribalta un fatto che mi ci ha riportato.
Sto parlando del caso Oscar Pistorius, l'atleta.

Due sere fa su Rai due hanno trasmesso una gara podistica. Per caso mentre facevo zapping mi ci sono fermato e i due commentatori stavano parlando di Oscar. Le immagini lo inquadravano mentre stava facendo riscaldamento perchè di li a poco avrebbe gareggiato. Mi sono fermato sul canale e ho seguito. La gara per Oscar non è andata bene ma quello che mi ha sconvolto sono stati i commenti dei due telecronisti. Ad un certo momento uno dei due ha detto che se si fosse allenato di più invece di stare sempre di fronte alle telecamere e a fare cause probabilmente avrebbe raggiunto un risultato migliore. Questa frase mi ha lasciato davvero di stucco. Come può un cronista televisivo dire una cosa così orribile di un atleta che ha lottato per farsi riconoscere una normalità che il mondo gli sta negando da quando è nato.
Oscar, per chi non lo sapesse, ha 22 anni e da quando aveva 11 mesi non ha più i piedi per una grave malformazione congenita dalla nascita.
La sua famiglia, ma sopratutto la sua grande voglia di vivere, lo ha portato a non arrendersi mai, a conquistare tutti i traguardi che voleva conquistare. A non sentirsi disabile, ma bambino, ragazzo, uomo nel mondo. A conquistare quel sacro santo diritto di gareggiare alle olimpiadi in Cina tra gli atleti con gambe e non nelle paraolimpiadi. Perchè lui, anche se con delle protesi, è un uomo come tutti noi.
Ma questo non è possibile nella “tribù dei normali” come dice Candido Cannavò nella prefazione del libro di Oscar.
Nel suo libro c'è una frase che è quella che mi ha spinto a comprarlo. Dice così: Chi perde davvero non è chi arriva ultimo nella gara. Chi perde davvero è chi resta seduto a guardare, e non prova nemmeno a correre. Certo ho dei limiti, come chiunque altro, e come chiunque altro ho anche un milione di talenti.
Noi che abbiamo tutti gli organi al loro posto, tutti gli arti al loro posto, ci muoviamo con le nostre gambe, corriamo, accarezziamo, parliamo, ecc...siamo davvero convinti di essere migliori? Di avere delle potenzialità in più?
Io non ne sono affatto convinto. Anzi, ne sono certo perchè anche io sono un disabile perchè tante cose non le so fare. Un esempio? Se mi si ferma l'auto neanche apro il cofano perchè per me quello che c'è li dentro è un mondo a parte. Non so se sono capace a cambiare una ruota. In casa non sono capace di far nessun lavoro di manutenzione. Posso arrivare a rimettere la corrente se mi salta, ma niente di più. Non so disegnare. Potrei aggiungere ancora altre cose e questo significa che ho dei limiti. E voi?
E questo ci da il diritto di giudicare se un atleta con le protesi alle gambe debba o meno gareggiare tra gli atleti comuni o tra i paratleti?
Purtroppo ancora oggi l'ignoranza è padrona delle nostre menti e non facciamo niente per debellarla.
Basterebbe davvero poco per sconfiggerla. Con un po' d'informazione, che non è cosi impossibile da trovare. Oggi non ci interessiamo più a niente. Giudichiamo senza conoscere. Si legge sempre meno, ci informiamo solo delle cose apparentemente utili, la tv ci trasmette notiziari solo di morti e di attentati, droghiamo i nostri figli di tv spazzatura e portiamo al successo programmi vuoti e stupidi. Specchio di questa umanità che sta scivolando sempre più velocemente nel niente.
Ma di paura delle diversità possiamo fare ancora degli esempi. I romeni. Li giudichiamo tutti quanti degli zingari, dei violenti, sporchi, solo perchè la malata tv ci diffonde notizie che certe determinate azioni vengono compiute da loro. Ma ci spingiamo mai un po' oltre le apparenze per cercare di capire il motivo di tali azioni? No, non lo facciamo e nemmeno ci interessa. Non ci importa sapere che malgrado tutto queste persone possano essere dei disperati? Che hanno bisogno di aiuto? Che hanno fame? Ho conosciuto molti ragazzi romeni e tutti bravi ragazzi e puliti. Vivevano con lavori di fortuna, occasionali ma si guadagnavano il pane onestamente. E' troppo semplice ridurre il tutto con la frase di circostanza “dovevano restare nel loro paese”. Una volta fatti entrare abbiamo il dovere di porgergli la mano, non possiamo lasciarli allo sbando, sono persone pure loro e pure loro hanno diritto ad avere una vita. Sta al nostro governo fermare l'immigrazione clandestina e non ridurli a degli schiavi, a reietti della società. Perchè io sono convinto che se anche noi ci trovassimo nella loro situazione, ci comporteremmo nello stesso esatto modo. Quando sei disperato e hai bisogno d'aiuto e tutti ti voltano le spalle, la rabbia e la violenza colpisce tutti. Quindi non nascondiamoci dietro ad un dito.
Proviamo qualche volta a guardare oltre le apparenze, ad usare un po' di umiltà e di comprensione, di tolleranza e di disponibilità. Proviamo ad essere un po' meno superbi e un po' meno presuntuosi, chissà che non ci troviamo qualche bella sorpresa?
C'è chi ci dice che spesso si tratta di essere mercenari per coprire un vuoto che non accettiamo avere. Che ci diamo senza dignità per dimenticare che, in fondo, siamo soli.
Una verità sconcertante, scomoda, debole, che non trova spazio, nel nostro essere, un briciolo di umiltà per non buttarsi via. Che certi luoghi, squallidi quanto vogliamo, siano solo un alibi alla nostra eterna solitudine. La mancanza di coraggio di buttarci in una storia nuova, tentare una relazione che sia sincera e leale, basata sulla fiducia, e sul rispetto reciproco per paura di soffrire, o, più semplicemente perchè crediamo che non durerà.
Ma secondo me non è del tutto così semplice.
Dietro ci stanno mille altri motivi se scegliamo luoghi di battuage, saune o discoteche, per consumare quel sesso mordi e fuggi che pare ci faccia stare così bene e che sia la ricetta giusta per vivere sani e felici.
Non è così, non per quanto mi riguarda almeno.
Il sesso mordi e fuggi può essere un occasione, un avventura, lo stare bene di una notte, non la felicità eterna, ma quella di quel momento se fatto bene e con passione.
Certo non nego che, appena consumato, trovi anche quello che si alza e scappa come se lo avesse morso una tarantola. Dedicarsi ad un po' di coccole e qualche bacetto non è certo da buttare via, ma sembra che dopo essersi svuotati vengano presi da un rimorso irrefrenabile, da un senso di colpa che neanche la confessione possa perdonare o far sparire. E poi meglio non restare coinvolti.
Allora mi domando, cosa ci porta a comportarsi così?
Tutti i locali che ci sono servono solo a queste anime perse per trovare uno sfogo che normalmente non troverebbero?
Oppure sono luoghi di ritrovo dove poter anche eventualmente trovare un po' d'intimità?
La complessità dell'essere umano sta anche in questo, nelle sue molteplici variazioni, ed è quello che ci contraddistingue l'uno dall'altro.
Ci saranno sicuramente persone che vanno per coprire una solitudine difficile da accettare, ma ci saranno pure quelle che gli piacciono. O anche perchè là trovano quella serenità che magari altrove non hanno; conoscere qualcuno, nascere delle amicizie, forse storie.
E' naturale che se una persona ha accanto a se un compagno non ha bisogno di andare a cercarlo, ma certi posti sono solo per quello? Ho conosciuto coppie che ci vanno per passare del tempo in modo diverso e non per questo si tradiscono. Ho sentito anche di quelli che vanno per tradire. Ma tutto questo porta allo scandalo.
Non è forse lo stesso anche nei rapporti etero?
L'uomo tradisce, la donna anche. Magari non vanno nelle saune, ma nei ristoranti o nelle discoteche, ma anche nei luoghi più comuni, di normale quotidianità. I posti di lavoro sono i primi luoghi dove nascono i tradimenti e nessuno li giudica.
Oggi abbiamo perso la bellezza e l'emozione d'incontrarsi.
Ci nascondiamo dietro virtuali tastiere e sostituiamo i nostri sorrisi con schermi piatti.
La gioia della voce un po' tremante è sostituita dalla fredda scrittura times new roman.
E così non ci conosciamo più, non ci mettiamo più in gioco, non rischiamo niente, tutto freddo e calcolato, così come poi diventano i rapporti: freddi e calcolati.
Ci incontriamo per una sveltina di dieci minuti e poi arrivederci e grazie; a volte nemmeno quello.
Possibile che tutto si sia ridotto a questi maledetti tasti?
La gioia di incrociare uno sguardo, del tentato sorriso, una piccola buffa smorfia, il vecchio chiedere se hai una sigaretta anche se magari non fumi.
E colui che va in sauna o simili sarebbe una persona sola?
Io credo piuttosto che sia sola la persona che se ne sta nella sua stanza a chattare piuttosto che uscire e vivere. Quelle sono davvero sole perchè non conoscono cosa significa incontrarsi, guardarsi, sorridersi, confrontarsi.
Parlare guardandosi negli occhi e non in uno schermo. Sentire una mano che ti accarezza.
Facciamo sesso per telefono e ci masturbiamo davanti alla web cam.
Che tristezza tutto ciò.
Io sono forse un sognatore, credo ancora nell'incontro casuale e per fortuna ancora qualcuno c'è che la pensa come me, sennò questo mondo non diventerà altro che un oggetto virtuale,
manovrato da uomini virtuali,
con emozioni virtuali,
che fanno sesso virtuale...che vivono la loro vita...virtuale.
Ciao robot!
Non dovrebbe più sorprenderci ormai...il nostro quotidiano è regnato da sovrani dediti all'indifferenza, all'egoismo, al menefreghismo. Ci stiamo facendo tutti un po' l'abitudine.
Stiamo perdendo il rito dell'ospitalità, della cordialità, della disponibilità. Pensiamo prima di tutto a noi stessi e poi, forse...se mi va...se ho tempo e voglia posso anche pensare un po' agli altri, purchè non ne rimanga troppo coinvolto che non ho tempo da perdere, c'ho già tanti problemi per conto mio figurarsi se posso pensare a quelli degli altri. E così continuiamo la nostra vita presuntuosa, sicuri che mai e poi mai avremmo bisogno di aiuto.
Tutto questo per raccontare non tanto la delusione, ma l'amareggiato senso che ho provato domenica alla festa della mostra dei disegni dei bambini dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze dove, come sapete, faccio il volontario.
Domenica 25 maggio era la conclusione di un lavoro svolto insieme ai miei colleghi volontari, iniziato circa due mesi fa.
Avevamo pensato di raccogliere e di far fare ai bambini ricoverati dei disegni, che poi sarebbero stati esposti in una mostra. L'iniziativa ha avuto subito consensi positivi, a partire dello stesso direttore del Meyer che si è detto entusiasta della cosa.
Alla fine abbiamo raccolto più di 80 disegni fatti dai bambini dai 2 ai 14 anni.
Io personalmente mi sono occupato di avvertire tutte le famiglie dei bambini che esponevano; mi sono occupato dei premi, mentre altri volontari hanno pensato ad organizzare una ricca merenda, oltre a coloro che hanno allestito la sala dove venivano esposti. Altri ancora hanno pensato di reclutare i volontari per presidiare durante l'apertura della mostra, e chi ha pensato a comprare piccoli omaggi da dare ad ogni bambino che sarebbe venuto a visitarla.
Un lavoro globale, intenso, legato ad una voglia di dare un paio di giorni di notorietà a coloro che quotidianamente non ne hanno e che non hanno la fortuna che abbiamo noi che stiamo bene.
La mattina del 23 maggio alcuni di noi hanno fatto un bellissimo e colorato lavoro di allestimento e nel pomeriggio la mostra apriva i battenti.
Io essendo al lavoro non so quante persone abbiano visitato la mostra tra venerdi è sabato, ma la grande festa era spostata alla domenica. Tutti gli inviti erano stati fatti per quel pomeriggio.
Domenica mattina alle 10 eravamo già lì. Due volontarie hanno portato tutto l'occorrente per la merenda e tutti ci siamo messi a preparare, per avere tutto pronto quando, nel pomeriggio alle 4, sarebbero arrivati tutti i bambini.
Il tempo passava e intanto le 4 si stavano avvicinando.
Un sospetto si stava facendo largo nella mia testa, che poi si rivelerà fondato.
Solo 8 bambini dei quali solo 3 erano espositori, si sono presentati.
Quindi, tornando all'inizio, amareggiato è la parola giusta, non deluso.
Amareggiato perchè questi genitori insegnano indifferenza ai loro figli; insegnano a noncredere in certi valori; a non credere in quello che fanno gli altri per loro.
La loro presenza poteva essere un grazie anche nei nostri confronti che svolgiamo questo servizio. Lo facciamo per amore, per la grande ed immensa volontà di darci, di offrire quel poco che abbiamo e condividerlo con chi ne ha ancora meno. Con coloro che conoscono un po' troppo le corsie d'ospedale e non dovrebbero, perchè il sorriso di un bambino è la più grande ricchezza che un uomo può avere.
Invece la merenda ce la siamo divisa tra di noi e i pochi bambini e familiari presenti e tutti gli 8 premi agli stessi.
Delle grandi presenze, esclusa la nostra presidente, non si è fatto vivo nessuno; eppure erano stati invitati tramite email sia il direttore del Meyer che alcuni suoi collaboratori.
I pochi presenti e quelli di passaggio ci hanno dato modo di crederci ancora e in modo più forte, in quello che facciamo. Le parole di quei genitori, le loro storie alle spalle, sono state più forti di qualsiasi cosa. Segnate sul libro dei ricordi, resteranno indelebili e semmai dovesse, ungiorno, venire meno questa voglia, quelle frasi ci daranno di nuovo la carica per continuare a lottare, senza sosta, per la conquista di un sorriso di un bambino e per l'abbattimento dell'indefferenza degli adulti.
Noi siamo qua, e se non ci credete, chiedete!
Domenica è sempre domenica, ma questa lo è stata per davvero.
Ma partiamo dall'inizio. Per circa quattro giorni ho vissuto l'attesa, o meglio, la speranza di trovare il biglietto con ansia e trepidazione. Davvero, senza esagerare; nella mia testa non c'era altro.
Poi finalmente la notizia: il biglietto per la trasferta a Torino per seguire l'ultima partita della Fiorentina è stato trovato. Euro 180,00. Un colpo! Ma dopo un attimo di esitazione, ho accettato.
Al diavolo, per una volta, e poi la posta in gioco valeva la spesa: il quarto posto e l'accesso in champion league.
Nel pomeriggio la telefonata del mio amico, migliora le cose: trovato biglietto a euro 35,00.
Tutta un'altra cosa.
Come se dovessi partire per un viaggio ho cominciato a stilare una lista di cose che mi sarei dovuto portare. Non dovevano mancare assolutamente il cappellino che per un anno intero mi sono tenuto in testa in curva fiesole, allo stadio; la sciarpa, la macchina digitale, e tutto il resto. Per l'occasione avevo comprato anche uno zaino nuovo naturalmente viola e con il logo della fiorentina.
Orario di partenza 7 e 15. Il mio amico Daniele insieme al figlio Alessio sarebbero passati a prendermi alle 6 e 50 per poi andare a fare colazione tutti insieme.
Al bar ci incontriamo con l'altra nostra amica Sara. Dopo la lauta colazione ci dirigiamo verso il luogo dell'appuntamento dove avremmo trovato il pulman che ci avrebbe portato a destinazione. Parcheggiamo l'auto alle 7 e 10 e solo una persona c'era ad apettarci: il fratello di Daniele. Con grande gioia ci dice che non si partirà prima delle 7 e 45. Che bello! Penso io. Ci siamo svegliati all'alba e stiamo qui più di mezz'ora ad aspettare. Ottimo inizio!
Ci avviamo verso il pulman e un bel gruppo di persone erano già tutte in tiro per la trasferta.
Sciarpe e bandiere coloravano la via mentre altre persone raggiungevano gli altri pulman degli altri club o auto fermi al parcheggio per il grande esodo. A quell'ora di domenica mattina solo il colore viola ondeggiava per le strade.
Finalmente partiamo. Le condizioni del nostro mezzo lasciavano molto a desiderare.
Dopo pochi chilometri un finestrino si rompe e taglia la mano di un ragazzo che dormiva.
Il sedile davanti non reggeva lo schienale e quindi quando ti appogiavi rovinavi sulle gambe di quello seduto dietro.
Ma tutto questo passava in secondo ordine; quello che ci aspettava a Torino era una grande festa e il clima era gioioso e allegro. Il lungo viaggio si snodava tra giochi a carte, canti, ipod infilati nelle orecchie, ecc.
A Cantagallo facciamo la prima sosta: colazione e pipì.
L'area di servizio era invasa da tutti tifosi viola. Centinaia e centinaia si rovesciavano giù dalle auto e dai pulman come un fiume in piena. Non c'era nessun altro al di fuori di noi tifosi.
Seconda sosta, sempre per pipì, ad un centinaio di chilometri da Torino.
Lungo la strada non vedevamo altro che auto e pulman con sciarpe e bandiere viola. La sensazione era che non ti sentivi solo. Tutti uniti in unica direzione.
Al casello di Torino la polizia ci aspettava. Dopo un brevissimo controllo, ci scortano allo stadio.
All'ingresso in città, lungo i vilali che portano allo stadio, vediamo la gente per strada che ci saluta festosa.
Arriviamo davanti allo stadio alle 13 e 15 e dopo aver fatto i vari controlli di routine, entriamo.
Che bellezza! Già mezzo stadio era viola e l'altra metà un misto di viola e granata.
Che festa meravigliosa: due tifoserie unite insieme su gli spalti, senza divisori, in una girandola di colori e cori all'unisono. Bambini che venivano verso di noi per scambiare le sciarpe, ma anche gli adulti. Questo è lo spirito del calcio che dovrebbe sempre esserci. Tutti insieme. Poiché esiste un gemellaggio tra le due squadre e conosce la serietà delle due tifoserie, il prefetto di Torino aveva dato ordine che lo stadio fosse aperto a tutti in tutti i settori, senza divisioni.
Una sensazione bellissima: tu a tifare viola e seduto accanto a te chi tifava Toro.
Non potrò mai dimenticarlo.
Ok, siamo quasi pronti. La partita sta per cominciare. La posta in gioco altissima. Devi vincere per arrivare al quarto posto. Il Milan è dietro di due punti. Una spada di Damocle sul nostro obbiettivo raggiunto da due anni e poi portato via per le tante storie successe.
Fischio d'inizio e via. L'adrenalina sale ogni momento di più che il tempo passa. I cori e i canti non tacciono un secondo fino al boato che avvisa che l'Udinese è passata in vantaggio sul Milan.
Il tifo si fa ancora più forte. Si ridemensiona quando lo schermo luminoso indica il pareggio del Milan.
Si va al riposo con entrambe le gare sul pareggio. Se finisse così passerebbe il Milan per miglior differenza reti.
Si ricomincia, i tifosi di entrambe le squadre si fanno sentire. La Fiorentina accusa un po' di calo e proprio in quel momento si apprende la notizia del vantaggio del Milan.
Il pubblico si scatena, incita la squadra a più non posso. Anche i tifosi torinesi si uniscono. Poi, al 73° la magia si compie.

Osvaldo trova il gol più bello che si possa mai fare: su rovesciata infila la palla in rete. La gioia esplode. Tutto lo stadio canta e salta. La tensione sale perchè ci sono ancora diciasette minuti da giocare più tre di recupero.
Fischio finale: la Fiorentina ha vinto, ha preso il quarto posto e conquistato la Champion League.
La tensione di colpo si scioglie in qualche lacrima di commozione, trova rifugio negli abbracci di coloro i quali condividono con te la stessa passione. Maggiore è se lo condividi con il tifoso avversario seduto proprio dietro di te, e anche di fianco, e anche davanti, e nel resto dello stadio.
La festa poteva avere inizio, se mai ancora non fosse cominciata. Stavolta era vera. I ragazzi vennero a salutare sotto le curve dove erano stipati di più i tifosi viola ma non sdegnarono neanche quelli granata che fino a quel momento li avevano sostenuti.

Volarono via magliette e pantaloncini e tutti per mano in una corsa. Solo dopo aver lasciato il terreno di gioco, i tifosi granata fanno invasione di campo per festeggiare i loro beniamini. Tutto si svolge con la massima civiltà. I giocatori del Toro vengono a salutare i tifosi gigliati per ringraziarli del sostegno e lanciano palloni su gli spalti.
All'uscita ancora una volta eravamo tutti mescolati e continuavano gli scambi di magliette, sciarpe e cappellini.
Verso le 17 e 40 siamo ripartiti. Ancora festa per le strade dove i ragazzi tifosi avversari facevano cori e canti intorno ai nostri pulman battendo le mani sui fianchi e sui vetri dei mezzi. La gente per la strada ci saluta festosamente.
Sul pulman l'eccitazione è sempre e ancora viva. Tutti ci buttiamo a capofitto nei nostri telefonini alla ricerca delle foto del match o di video e poi giù a scambiarceli.
Verso le 19 e 30 facciamo quella che sarà l'unica sosta per comprare qualcosa per cena e fare la solita pipì. Anche in questo autogrill il popolo viola era numerosissimo. Non si vedevano altri colori al di fuori del viola ed erano migliaia. Ragazzi con la faccia affondata in tranci di pizza mentre la polizia dirigeva l'entrata del locale per l'enorme flusso, e non era per niente piccolo.
Intanto si stava preparando la festa anche allo stadio di Firenze. Per radio ascoltavamo la diretta che raccontava che circa trentamila persone avevano riempito gli spalti in attesa della squadra.
I giocatori arrivano verso le 10 mentre noi attraversavamo il tratto appenninico dell'autostrada come se si fosse stati sul circuito di Monza.

Sarebbe stato bello essere anche li, seguire Frey che imitava Osvaldo nelle rovesciate; oppure i brevi cenni al calcio storico con tanto di strappo di magliette; al lancio di magliette e calzoncini e di palloni e di qualche gavettone; della corsa intorno al campo e dei caroselli in città.
Davide Guetta da Radio Blu replicava il momento del gol riportando in noi quel brivido che avevamo provato solo qualche ora prima.
Alle 22 e 30 il pulman si fermò e ognuno di noi prese la strada verso casa, con una felicità nel cuore in più, una gioia grandissima e la soddisfazione di essere riusciti ad agguantare un traguardo così importante.
Bellissimo!!! Si, lo ripeto ancora perchè questa domenica sarà difficile dimenticarla. Non solo per la vittoria, ma per tutto il resto: i compagni di viaggio, il calore della gente di Torino, la grande civiltà dei tifosi, il colore viola che si estendeva per tutto il tragitto e, in primis, ai giocatori che ci hanno dato una grande gioia. Hanno meritato questo traguardo dopo il tanto giocare, il sacrificio e la stanchezza.
Non abbiamo alzato nessuna coppa, ma abbiamo festeggiato una grande stagione piena di emozioni e per questo mi sento in dovere di dire GRAZIE !!!
Una domenica fatta di emozioni e di tensioni, di commozioni e di abbracci; di canti e di bandiere al vento, di solidarietà, di amore e di amicizie; dei quelle già conclamate e di quelle nuove, che nascono spontaneamente sugli spalti; di passioni, vere, pulite come sempre dovrebbe essere.
Non potevo trovare titolo diverso per omaggiare una delle più grandi artiste italiane che domani compirà 60 anni: Patty Pravo.
La grandissima Patty è ancora oggi una delle mie cantanti preferite anche se nel corso degli anni alcuni suoi lavori sono stati discutibili, per il mio gusto, ma sempre grandissimo e straordinario personaggio.
L'ho amata per le sue stramberie, per l'eccentricità e per quel pizzico di provocazione che ogni volta portava a far parlare di lei nel bene e nel male.
Canzoni straordinarie hanno costellato la sua strada. Tanto per citarne alcune: Tutt'al più, Non andare via, Pensiero stupendo, Pazza idea, Incontro, E dimmi che non vuoi morire, I giardini di Kensighton, Se perdo te, Morire tra le viole, L'immenso, ecc.
Ogni sua apparizione era attesa sempre con il tipico commento: cosa avrà inventato di nuovo?
Una sorta di Renato Zero al femminile, se vogliamo. Questo era il mio pensiero. Più era stravagante, più mi piaceva.
Mi ricordo da ragazzino, avevo tredici anni, quando in tv trasmettevano un programma musicale per quell'epoca giudicato innovativo e trasgressivo: Stryx. C'erano tutte le cantanti in voga in quel periodo e che poi hanno fatto una grande carriera, quasi tutte almeno. Ed erano tutte cantanti che io adoravo: Patty, Amanda Lear, Grace Jones, Anna Oxa, Ilona Staller, Angelo Branduardi e i Rockets.
Effetti speciali laser e qualche nudo che nella mia fantasia di ragazzino mi alluzzava, non perchè mi piacevano le donne, ma perchè immaginavo di essere come loro. Mi piaceva l'idea di provocare, di essere sexy, di far vedere e non far vedere, di eccitare.
Anche se la mia prima fonte d'ispirazione per l'arte masturbatoria è stata Moana Pozzi, la figura di Patty Pravo, provocante e sexy ma con un tocco di mascolinità, mi intrigava moltissimo.
Ancora non sapevo bene quale sarebbe stata la mia strada, ma le donne con quella grinta, con questa
lato un po maschile, con un immagine forse un po' cattivella, mi piacevano moltissimo e desideravo essere anch'io come loro, con questo carattere un po' spavaldo e forte.
Così almeno era come le vedevo io da tredicenne.
Sin da bambino, con i miei amici, quando giocavamo, mi piaceva sempre fare la parte della donna, quella forte, decisa, bella, ricca e sicura. E naturalmente sexy. Quando giocavamo a “Spazio 1999” io volevo fare la Dott. Ellen Russell. Oppure l'artista, la cantante o l'attrice e il mio riferimento erano appunto Moana Pozzi e Cicciolina e Patty Pravo.
Con un mio compagno di classe delle medie, fan sfegatato di Amanda Lear, passavamo pomeriggi interi ad ascoltare i loro dischi e farci le prime seghe insieme, nel tentativo di studiare, e lì feci la mia prima imitazione: mi truccai come Patty Pravo come nella copertina dell'album Miss Italia. Album che ritengo meraviglioso che contiene tra l'altro Pensiero Stupendo. Di quel periodo ci furono anche delle apparizioni televisive come nel programma “Campione d'Italia” presentato da Pippo Baudo dove una “pazza” Patty si presentò con i capelli dritti come pali e un filo del telefono intorno al collo e con una polaroid scattava foto a caso. In quell'occasione presentò “Johnny”, il primo estratto dell'album Miss Italia.
Straordinaria figura elegantissima e quasi eterea fu la sua partecipazione al festival di Sanremo dove cantò “Come una bambola”. Lunghissimo abito nero di lamè con ampie maniche e un acconciatura particolarissima con una treccia di capelli biondi che le arrivava fino ai piedi.
Insomma, Patty oltre che essere una grande interprete, una apprezzata musicista ( è diplomata in pianoforte), artista a tutto tondo, è sicuramente anche personaggio. La sua immagine non conosce tramonti, ha sempre saputo rinnovarsi, mettersi in gioco, anche pericolosamente per le sue stramberie, per certe decisioni musicali a volte non del tutto riuscite, ma ha sempre fatto centro.
Grazie Patty per averci e continui a farci sognare. Una donna da sognare!
Ce ne sono tante, purtroppo, ogni giorno.
Da quando ho scritto, tempo addietro, i miei pensieri sui piccoli ricoverati all'ospedale pediatrico dove faccio il volontario, niente è cambiato.
Tutto come all'ora.
La solita cronaca, il solito orrore
il solito sangue, la solita tragedia.
Ancora, seduti a tavola per cena, la tv accesa sul tg e un infinita serie di fatti terribili come condimento.
Ma sembra che non se ne possa più fare a meno. Ci vorrebbe poco spengerla o non accenderla neanche.
Invece no, drogati, ipnotizzati dall'orrore quotidiano.
In queste sere ho condito la mia cena con la notizia dei fratellini di Gravina.
Ancora adesso ho il groppo allo stomaco e gli occhi velati.
Non riesco ad immaginare una fine così terribile per dei bambini; soli, al buio, agonizzanti, feriti,
le grida d'aiuto inascoltate, i graffi sul muro per un tentativo inutile di risalita, in attesa della fine.
E' troppo pensarlo, digerirlo, metterlo da parte, dimenticarlo.
Ma la realtà che ogni settimana tocco con mano è quella dell'ospedale pediatrico. Da quando ci siamo trasferiti, il mio compito è cambiato. Non più nelle camere, vicino ai letti, ma nelle sale d'attesa del DH. Un continuo andirivieni di bambini e ragazzi per prelievi, visite di controllo, analisi varie.
I nostri armadi rigurgitano di giochi che con fatica e con amore della gente piano piano abbiamo ricomprato e rinnovato. Dal mercatino natalizio fatto due anni fa allo spettacolo di varietà con i miei amici. Le persone hanno raccolto sempre con entusiasmo queste iniziative e hanno sempre generosamente contribuito. In me, la continua volontà di fare sempre qualcosa per sensibilizzare e far conoscere le diverse realtà: quelle dei bambini e quella di noi volontari.
Oggi possiamo far giocare questi bambini con giochi nuovi, attuali, moderni come game boy o con lettori dvd per far vedere film.Questi sono quelli destinati ai bambini che devono passare delle ore nel letto con un ago infilato nel braccio e costretti a guardare il soffitto. Per gli altri, nella sala d'attesa, ci sono i disegni da colorare, che sono sempre la cosa più richiesta per poi passare agli altri giochi. Anche la presenze sono varie, non solo per l'età. Ci troviamo di fronte a realtà diverse come down, autistici, altre patologie che neanche conosciamo ma che sono croci pesanti per le famiglie.
Noi regaliamo sorrisi e carezze a tutti, nessuno escluso.
Quello che arricchisce il nostro operato non è solo il contatto con questi piccoli sofferenti, ma anche le loro nazionalità.
E' bello per me ascoltare le loro storie, il più delle volte di sofferenza e di dolore, inteso come crescita culturale, capire di più la vita, la fortuna che ho nel vivere in questo paese, avere un lavoro, una famiglia, gli amici, gli hobby. Quando sento una mamma che racconta la storia di come ha adottato una bambina ucraina. Dove viveva, come viveva, di come funzionano le cose lì, gli ospedali, gli abbandoni, la fame.
La storia di D. piccolo bambino sardo di 7 anni ricoverato in oncoematologia con problemi alla testa. Il suo sguardo sveglio, brillante, dai suoi profondi occhi neri. Quella testolina forse un pò troppo grande per la sua età, con i capelli rasati, non puoi fare a meno di passarci delicatamente la mano per una carezza.
F, una ragazzina sveglia e scaltra, con sguardo vispo e di parola facile, forse più grande dell'età che dimostra. Incontrata in corridoio da sola e da sola è venuta a fare la visita di controllo. Quel giorno era anche il compleanno di E, un ragazzo moldavo di diciasette anni con una vistosa “cerniera lampo” sulla testa che gli parte da dietro l'orecchio per arrivargli quasi sulla fronte. Con me instaura un buon rapporto: parliamo di sport, di studio, della comune passione per la pallavolo.
F mi consegna un pacchettino da portare ad E. Anche queste cose mi portano a fermarmi un istante a riflettere. Questi adolescenti, segnati da un male terribile, passano così tanto tempo insieme; si vanno a trovare nelle rispettive camere, nascono delle amicizie, delle complicità, dei sentimenti.
Nelle corsie occupate dal dolore c'è un mondo buono, puro, pulito, semplice e vero.
Il mio ricordo scorre indietro come pagine di un libro letto a ritroso fino a ritrovare A, ragazzo irakeno, con molti problemi e stampate nella memoria e negli occhi le immagini della guerra.
Come non essere difficili quando si è costretti a crescere troppo in fretta per sopravvivere.
Il ricordo di M, bimbo senza mani, anche lui irakeno, perchè amputate da una mina antiuomo.
D, piccolo angelo biondo affetta da tutto; con lo sguardo triste e il tubicino perennemente infilato nel naso.
Per ultimo, ma non per importanza, K, il ragazzo che mi ha cambiato la vita.
I tre giorni passati con lui hanno rimesso in discussione tutti i miei credo e pensieri.
Ma ancora potrebbero essere elencati e ricordati tanti altri bambini con le loro storie alle spalle, come Ke che mi raccontava di un fratello che non esiste ma che per lui era lì, presente e gli parlava.
Non è così semplice il nostro volontariato, come si potrebbe essere portati a credere.
Dietro ogni bambino che facciamo giocare c'è una famiglia, con la loro storia di sofferenza e di dolore. Ogni bambino è un caso a se, un approccio diverso e un dialogo diverso da inventarsi lì al momento.
Un pianto può finire davanti ad un cartone animato, una risata può venire da una faccia buffa, il silenzio si può creare per una storia che si racconta, ma devi trovare quella giusta.
Io adesso non posso più fare a meno di loro. Ogni mio interesse è accrescere l'informazione su questi bambini disagiati, leggendo libri, internet, siti specializzati, ecc.
Potrei fare a meno di loro se non esistessero più le malattie, le guerre, se tutti vivessero felici nella loro terra, nelle loro case, giocando e ridendo.
Potrei fare a meno di loro se non conoscerro più il dolore, la sofferenza, e vivessero di palloni e bambole, di video game e play station.
La loro Via Crucis adesso è anche la mia, è parte di me, della mia vita, ogni giorno, ogni momento e ogni preghiera perchè è per loro il mio primo pensiero davanti a Gesù.
Amateli anche voi un po' di più. Aiutateli a dargli una speranza concreta, un futuro migliore.
Anche quelli che vivono in paesi lontani e poveri.
Un adozione a distanza costa pochissimo e fa tantissimo.
Fa il futuro di ogni bambino che è nato senza avercelo.
Io ne ho cinque: uno in Nepal, uno in Africa, tre in Romania.
Quelli in Romania sono bambini malati e il mio è un sostegno per permettergli medicine e cure mediche, cosa che non avrebbero senza il nostro sostegno. Purtroppo è una realtà terribile anche quella. Molti di questi bambini, quando si ammalano, vengono abbandonati dai genitori. Per fortuna c'è questo ospedale sostenuto da un associazione italiana, che li raccoglie e li cura con il nostro supporto. Con poche decine di euro puoi dargli una speranza.
Il nostro aiuto FA la differenza.
I giorni per la partenza per il militare stavano correndo veloci.
Io avevo un gran timore di tutto ciò che non conoscevo.
Mi lasciavo suggestionare da ciò che sentivo dire.
Fino ad allora non ero mai stato con una donna.
Avevo avuto qualche esperienza omosessuale, niente di che, ma dovevo provarlo.
Sentivo racconti di ragazzi che,
quando erano sotto naja, andavano a puttane insieme.
E se mi fossi trovato in quella situazione, cosa avrei fatto?
Un pomeriggio decisi che dovevo farlo. Dovevo andare con una puttana.
In una strada del centro, sapevo che c'erano delle signore che lo facevano anche di pomeriggio.
Arrivato in cima alla strada, mi fermai a guardarle.
Il cuore mi batteva a mille. Un po' per il timore, un po' perchè non sapevo come fare.
Presi coraggio e mi avvicinai a quella che a mio parere era più carina.
Con un sorriso dolce mi fece salire di sopra.
La casa era piccola, un monolocale forse.
Mi fece pagare anticipatamente.
Poi mi disse di togliermi pantaloni e mutande e di andare al lavandino per lavarmi.
Io non ero per niente a mio agio.
Mi sentivo agitato, confuso, come se la mia mente e i miei pensieri se ne andassero per conto loro.
Dopo lavato e asciugato mi fece stendere sul letto e lo prese in mano.
Cercava di farmi avere un erezione per potermi infilare il profilattico.
Niente da fare, non ne voleva sapere.
Io ero sempre molto agitato.
Mi aspettavo un minimo di tenerezza, qualche coccola, un bacino qua e là.
Invece niente, tutto meccanico.
A dire il vero me lo menava anche piuttosto energicamente e provavo un po' di dolore.
Dopo qualche minuto, le si leggeva chiaramente che si era stufata.
Mi disse:” Fai un po' da te, vedi di fartelo venire duro, sennò non si fa niente”.
Furono parole piuttosto dure, con un tono risentito e questo fece si che
mi alzai, mi rivestii e me ne andai.
In fondo avevo solo diciotto anni, completamente inesperto.
Probabilmente mi aspettavo un atteggiamento diverso, forse sbagliando.
Credevo di venir guidato, di essere messo a mio agio con dolcezza, con paroline dolci
qualche carezza, che mi fosse detto cosa fare, insomma con un po' di calore, di trasporto.
Invece, in quel modo meccanico, freddo e distaccato,
aveva lo stesso carisma di quando vai al cesso a fare una pisciata.
Così, la mia prima volta con una donna, finì nel nulla, anzi
finì con un incazzatura per aver pagato 20000 lire, per una saponata.
Giorni uguali a giorni
che inseguono se stessi
girotondo di tempi
incessanti sensi.
Tutto scorre
dalla pelle al cuore
via vai di idee
strade vuote.
Accarezzarmi l'anima non serve
quando dentro
tutto ti confonde.
Resta angelo seduto al mio fianco
cantami canzoni che non conosco
fischiami motivi di feste australi
e mostrami sogni che non vivo.
I miei piedi nudi
camminano prati
verdi e folti come capelli.
La pelle nuda vestita di vento
e la pioggia che lava.
Non stare a sentirmi
i miei lamenti non feriscono
sono solo gioie
che scivolano dagli occhi
bagnando sorrisi dimenticati.
Adesso
se non vuoi lasciarmi solo
prendimi per mano
e danziamo musiche
che verranno.
La paglia, se vuoi, il nostro letto
e mattini di grano nei nostri canti
l'azzurro mare delle tue mani
e lunghi bagni rotolati a valle
come pietre spinte dal fiume.
Tutto intorno è muto
urla il silenzio a valle
baci segreti nelle mani nascosti
stretti, chiusi, in pugni serrati
come il cuore dimenticato
correva vago nei ricordi.
Adesso il sole sorride
e non più la faccia triste della luna
l'odore acre della pioggia
profuma ancora i nostri corpi
bagnati d'amore.
Sorridi felice, amore
quando vieni
questo paradiso
è il mio sogno per te.
Cristianesimo ed omosessualità
Il dovere dell’ottimismo.
Colloquio con Daniele Bausi, gay e cattolico
di daniela tuscano
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domenica 13 gennaio 2008 Si fa presto a dire suicidio. Mi è sempre stato difficile definire tale quello di Alfredo Ormando, poeta siciliano, credente ma, soprattutto, omosessuale. Sia per la scelta del luogo (piazza san Pietro) sia per le modalità del gesto: un’immolazione? Un autodafè? Una protesta disperatamente ecumenica, cattolico-buddista? Alfredo si è dato fuoco. Per protestare contro l’oppressione della Chiesa verso quelli come lui. Da allora sono trascorsi dieci anni. Un’eternità. E gli “Alfredo” come le “Sara” sembrano più perseguitati che mai. Esecrati dalla gerarchia vatican-ratzingeriana, ignorati e incompresi anche da una buona parte dei militanti gay, gli omosessuali cristiani non compaiono in televisione, non assomigliano a tante “maschere” di cui ci credevamo liberati e che sono invece risorte dai nostri media come grottesche anticaglie. Eppure esistono, lottano, non smettono di sperare. E quel fatale 13 gennaio 1998 è diventato una data-simbolo, una ricerca di abbraccio e di riconciliazione nella lunga vicenda d’un odio inveterato. Da quel giorno si celebra, in tutt’Italia, la Giornata per il Dialogo tra Religioni e Omosessualità, cui hanno fatto seguito iniziative analoghe, come le veglie contro l’omofobia, organizzate dalla comunità valdese e alle quali hanno aderito cristiani di diverse confessioni. La prossima si terrà 4 aprile 2008 a Firenze, e a Firenze incontro Daniele Bausi. “Sono impiegato in un negozio di calzature – esordisce – ma le mie vere ‘passioni’ sono la fotografia, il cinema, il teatro, la musica (in particolare Renato Zero) e, su tutto, il volontariato. Naturalmente sono gay. E credente” soggiunge con un sorriso.
Perché lo faccio? Non lo so, non conosco la risposta. Semplicemente, ne sento il bisogno. Voglio regalare un po’ del mio tempo a chi ne ha bisogno. Un sorriso, una carezza, una parola, una risata. Ritieni utili queste iniziative? Cosa significa credere per te? Molto, anzi, tutto. E’ una forza che mi aiuta ogni giorno nelle mie scelte, nel mio modo di vedere le cose, di parlare e pensare. Mi aiuta ad amare ancor di più, con più forza e con più coraggio. Posso sembrare presuntuoso ma mi aiuta a cercare di essere un uomo migliore; a capire di più il mio prossimo; a tollerare e forse un giorno anche a perdonare; ad essere più disponibile con chi è meno fortunato di me.
Molti politici sembrano aver fatto dell’omofobia, e del moralismo in generale, il loro cavallo di battaglia. Essi sostengono che, con le vostre rivendicazioni, mirate a distruggere la famiglia tradizionale? Cos’hai provato alla notizia che un gruppo di parlamentari e senatori clericali, appoggiati dal Vaticano, si è opposto alle norme antiomofobia argomentando che, con la scusa di difendervi dalle aggressioni, intendevate diffondere ’uno stile di vita omosessuale’?
Non mi sembra però che siate sempre correttamente rappresentati dall’attuale movimento gay. Quest’ultimo sta impiegando, anch’esso, una strategia aggressiva, talora avalla comportamenti riprovevoli, si pubblicizza attraverso personaggi mediaticamente sovraesposti e alquanto discutibili… Credo tutto, ma continuo a ribadire che non vedo neppure la volontà di mettersi attorno a un tavolo per discutere, senza preconcetti e condanne preventive. Da ogni parte. Lo confesso, sono molto pessimista a questo proposito. Come convincere certi eterosessuali impauriti che l’omosessualità non è "contagiosa"? Non penso si debba convincere nessuno. Gli etero che ci conoscono da vicino si stanno abituando a questo "fenomeno" e ci temono sempre meno. L’importante è non renderci ridicoli e rispettare la nostra e l’altrui dignità. Purtroppo l’omofobia non si combatte. Va combattuta, invece, la mentalità con le uniche armi valide per qualsiasi lotta: il rispetto e la tolleranza. Pubblicato da daniela tuscano Domenica, 13 gennaio 2008 |





